lunedì 7 novembre 2011

APOGEONLINE

Mutazioni digitali

Perché a Twitter non piace Servizio Pubblico

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Michele Santoro
07
nov
2011
La trasmissione di Santoro esce dal palinsesto per diventare un esperimento di televisione di servizio ad azionariato diffuso e con declinazioni intermediali. La prima realtà indie della tv italiana? Meno di quanto ci si aspetterebbe, a leggere i commenti su Twitter
Conosciamo bene le strategie di messa in onda del nuovo programma di Michele Santoro, Servizio Pubblico, che ha stimolato la sua audience attraverso un’operazione di azionariato diffuso: bastavano 10 euro per renderlo un evento possibile e ha raccolto circa 100.000 sottoscrittori-associati. Sì, perché alla base dell’organizzazione troviamo l’Associazione Servizio Pubblico che nello statuto ne declina così le finalità: «L’associazione non ha fini di lucro neanche indiretto e si propone di favorire la più completa libertà d’espressione, la libera circolazione delle idee e la piena attuazione del pluralismo nei mezzi di comunicazione. Finalità dell’associazione è la promozione di iniziative e attività culturali, di formazione e ricreative, per attivare l’incontro tra le diverse identità culturali dell’Europa e del Mediterraneo e quindi contribuire allo sviluppo civile e culturale degli associati e, in generale, dei cittadini dell’Unione Europea».
Non solo spettatori
La promessa è: non siete solo spettatori, fate parte di qualcosa e con la vostra piccola azione economica rendete possibile questo “qualcosa”, siete editori diffusi e pubblico allo stesso tempo: il sogno pro-am sembra realizzarsi nella nuova intermediazione complessa che viene messa in piedi per realizzare il ciclo di programmazione. Mood ottimista: la prima realtà indie della (post)televisione italiana. Una televisione “di servizio” che nello strutturare i contenuti vuole proporre un pluralismo senza i vincoli del contraddittorio della lottizzazione da partito. Come ha commentato Carlo Freccero, «Mettiamoci un bel punto, spazziamo il vecchio. Andiamo oltre il nemico, il contraddittorio, il pesetto di maggioranza. Non c’è bisogno di avere la Santanché o Ghedini. Questa comunità ha rivoluzionato la televisione. Stringiamoci intorno al nuovo, e smettiamola di creare teatrini e presepi con chi dice qualcosa e chi replica col contrario. Abbiamo visto una trasmissione nuova con un modo nuovo».
Partiamo dal modo nuovo. Il canale di messa in onda è quello intermediale, già sperimentato durante “Rai per una notte”, un mix di diretta web (anche dai siti de Il Fatto Quotidiano, Repubblica e Corriere della Sera), tv locali (con presenza praticamente in ogni Regione) e qui spinto più a fondo grazie all’accordo con Sky, quindi con una piattaforma possibile di pubblico più ampia. Strategico questa volta nel concept della trasmissione l’uso dei social network, in particolare con la pagina Facebook, con 185.533 adesioni a oggi e 181.071 persone che ne parlano, come dire: buzz delle audience garantito. E da lì web-spettatori hanno assistito alla diretta della prima puntata, giovedì 3 novembre.
Che cosa dicono i numeri
Difficile per questo tipo di televisione – ma possiamo ancora definirla tale o sarebbe meglio videoevento, trasmissione intermediale o qualcos’altro che verrà? – definire chiaramente il successo di “visione”, perché l’audience non è raccolta come nella tv tradizionale davanti a uno schermo, ma occorre mappare le forme di fruizione sparse. Raccogliendo le tracce scopriamo che la prima puntata andata in onda giovedì 3 novembre ha raccolto questi numeri:
  • 12,03% di share assommando gli ascolti di tv regionali (2.276.418 spettatori) e SkyTg24 Eventi (645.113), altri dati stimano tra 12% e 14% complessivo;
  • 172.000 spettatori che hanno seguito lo streaming su Facebook;
  • 400.000 utenti sul sito del Corriere della Sera e altri 400.000 sui siti del Fatto Quotidiano e dell’associazione Servizio Pubblico, mentre su Repubblica.it 5 milioni di contatti e più di 300.000 utenti medi contemporanei.
A questo andrebbero aggiunti dati qualitativi tutt’altro che trascurabili, come il fatto che la pagina Facebook ha raccolto «120.000 risposte complessive ai sondaggi e più di 5.000 commenti» o che è stato «l’evento live più seguito di sempre su iPhone e iPad in Italia, con un picco di 4.000 utenti contemporanei» oppure che è stato trending topic su Twitter per l’intera serata, con 2.500 follower che si sono aggiunti durante l’evento. Queste cifre sono tutte raccolte nel manifesto riassuntivo sui principali risultati delle audience tele-connesse pubblicato su Facebook. Per tutto questo Michele Santoro ha potuto definire la serata come «una rivolta contro il degrado della tv generalista occupata dai partiti, sia nel pubblico che nel privato» e dichiarare che «lavoreremo per estendere questa rivolta, per trasformarla in rivoluzione».
Commenti su Twitter
Fin qui i commenti della componente generalista, dei giornali, del conduttore, degli esperti di cose della televisione che vedono ed esaltano la dimensione rivoluzionaria del nuovo, del fare televisione nell’epoca del web e dei social network. Ma io vorrei tornare proprio al rapporto tra “nuova trasmissione” e “modo nuovo” di farla. Immaginate di avere “visto” la puntata di Servizio Pubblico attraverso Twitter, cioè con gli occhi di una audience connessa che rappresenta forse oggi in Italia la realtà meno generalista, più critica e politicizzata. Forse estremizzo per capirci, ma non di molto. Il corrispettivo delle audience generaliste sta invece su Facebook. Beh, dicevo, se guardavate da qui la puntata al successo numero del pubblico si associa immediatamente un mood critico che potremmo riassumere con: è piaciuta così così.
Se vi fosse andato di giocare alla misurazione del sentiment avreste visto un 25% con valore negativo, un 65% in grigio e solo un 10% con valore positivo. E le indicazioni che derivano dall’analisi dei contenuti dei tweet è utile per capire cosa non è andato.
@lucasofri: “Noia, vado a leggere di meglio, buonanotte”.
@Jacopopaoletti: “@lucasofri avrebbe dovuto essere un modo nuovo (e possibilmente diverso) di fare informazione e approfondimento, peccato”.
Sui contenuti
A proposito del contenuto. Spazzare via il contraddittorio mantenendo il format tutto sommato di Anno Zero ha depotenziato l’efficacia del programma:
@damnation4sale “#ServizioPubblico una puntata tipica di anno zero solo più lunga e più libera. Attendiamo di meglio ancora!”
Anche la gestione dei tempi va rodata per evitare l’effetto monologo:
@lucasofri “Insomma, la nuova invenzione televisiva di #ServizioPubblico è il #pippone” pippone senza fine”
@gianlucaneri “Durante l’intervento di Travaglio è tornata l’ora legale”
Va bene eliminare il contradittorio ma lasciare il format sostanzialmente invariato produce un effetto da prove generali:
@webgol “Manca un feticcio narrativo di cdx da punzecchiare con sadismo fumogeno. E così del rito di Santoro si vedono le quinte, tipo B-movie”
Sul finanziamento
C’è poi la questione del finanziamento: va bene, azionariato diffuso, 10 euro pagati, ma comunque le interruzioni pubblicitarie le abbiamo avute e in dosi rilevanti:
@mante: “Il servizio è pubblico ma la pubblicità è da privati #serviziopubblico”.
@s_grizzanti: “#serviziopubblico ha pure al pubblicità? Dopo che ha chiesto 10€ a persona per autofinanziarsi? Cazzo conviene pagare il canone Rai!”
@calogerogrifasi: “Mandate pure la pubblicità ma restituite i 10,00€ #serviziopubblico”.
Il dubbio su cui si è discusso online circa la natura di quella pubblicità – se fosse del programma o dei canali – è facilmente risolvibile leggendo le dichiarazioni di Publishare :
Publishare ha gestito la raccolta pubblicitaria su Servizio Pubblico, quattro break da quattro minuti ciascuno che sono andati in onda in diretta nazionale sul network di tv regionali; gli stessi spot sono stati trasmessi anche da tutti i siti internet che avevano in streaming il programma.
@ItalianPolitics: “Cacchio! #Santoro: “Prevediamo un costo/puntata di circa €250mila a puntata”. Ma usi più streaming e voip a basso costo!”
Oltre il palinsesto
Veniamo poi alla novità della dimensione intermediale e dell’uso del web. Beh quella si è consumata – e celebrata – con Rai per una notte. Lì abbiamo visto che i pubblici connessi ci sono e che era possibile pensare un modello diverso. La novità non può essere che ci si rivolga al pubblico in rete ma il come. Ci si aspettava quindi di più:
@diritto2punto0 “#serviziopubblico mi sembra pensato ancora per la televisione. Il web, per ora, appare un ripiego se l’interazione è limitata al sondaggio…”
È vero, che ci sia il web, che si facciano i sondaggi su Facebook, che il pubblico diventi follower su Twitter rappresenta, al solito, un tema di estremo interesse per i media generalisti. Ma quella che abbiamo visto resta televisione, una tv che sostituisce al televoto il like. La partecipazione degli azionisti diffusi non l’abbiamo vista. Fatevi fare domande dal web, mandate nel sottopancia i tweet o fateli scorrere in uno schermo dietro chi parla prendendole come provocazioni, create canali multipli di interazione, portate la redazione social network in studio… le cose da fare possono essere molte, semplici e complesse, rischiose o meno. Ci avete fatto comprare il diritto di fare una nuova televisione intermediale, nessuno vi censurerà né vi farà uscire dal palinsesto.


Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

sabato 5 novembre 2011

APOGEONLINE

Open government

Accesso agli atti, impariamo dall’Unione

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04
nov
2011
Ogni documento pubblico comunitario è disponibile dietro richieste nell’arco di due settimane. Non proprio quel che avviene in Italia, dove i tempi sono incerti e ha diritto solo il diretto interessato
Si sente parlare sempre più spesso di dialogo con la pubblica amministrazione, di open data e di accesso agli atti amministrativi. Spesso però i cittadini non sanno quali siano i propri diritti in questo campo, né come farli valere.  Access Info, una organizzazione non governativa internazionale, ha deciso di lavorare su questi temi sensibilizzando i cittadini di tutta Europa con il progetto Ask The EU. Il sito permetterà ai cittadini di indirizzare le loro richieste di accesso agli atti pubblici delle istituzioni europee con una semplice email. Dalla spesa pubblica all’inquinamento di aria e acqua, sono molte le informazioni che i cittadini possono chiedere per capire meglio il funzionamento della pubblica amministrazione, anche quella del proprio Paese.
Diritto d’accesso
Il diritto di accesso ai documenti pubblici è stabilito dal regolamento 1049/2011: qualsiasi cittadino dell’Unione ha la possibilità di accedere ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione. Chi fa richiesta, inoltre, non deve giustificarla, una precisazione niente affatto scontata se si pensa che in Italia, tanto per fare un esempio, possiamo effettuarla solo se l’atto in questione ci riguarda. Le istituzioni europee sono tenute a rispondere alle richieste entro 15 giorni lavorativi: le risposte arriveranno direttamente nella casella di posta di chi ha fatto domanda, ma anche presso Ask The EU che le pubblicherà sul sito, creando progressivamente un database di risposte liberamente consultabile.
Ma che tipo di informazioni potremmo chiedere alle istituzioni europee? Negli ultimi tempi sentiamo spesso parlare di Europa in relazione alle misure economiche per fronteggiare la crisi. E l’Unione europea influenza le politiche nazionali in misura sempre crescente: è stato stimato che circa la metà delle leggi nazionali vengono create per ottemperare a direttive e leggi europee (quasi il 70% per le leggi che riguardano l’economia). Ma moltissimi dei 500 milioni di cittadini europei non hanno idea dell’effettivo ruolo di queste istituzioni: per questo motivo Ask The Eu si muove in modo massiccio anche sul versante della sensibilizzazione con delle campagne mirate previste in tutta Europa. Un compito tutt’altro che semplice. «È opportuno tenere presenti comunque un paio di elementi”, spiega Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di open government. «In alcuni Paesi le legislazioni in materia di accesso all’informazione pubblica sono relativamente recenti e quindi è necessario un mutamento culturale per acquisirne consapevolezza; inoltre, molto spesso le istituzioni tendono a porre in atto “applicazioni al ribasso” di queste riforme perché ne hanno paura».
Istituzioni alla prova dai cittadini
Al momento le istituzioni europee ricevono solo 10.000 richieste all’anno, in pratica una per ogni 50.000 cittadini dell’Unione. Molte di queste informazioni sono disponibili sui siti ufficiali, ma spesso è difficile trovarle persino per giornalisti e addetti ai lavori, dicono gli esperti di trasparenza che lavorano in ambito europeo. E il controllo sull’operato delle istituzioni, la responsabilizzazione di chi ci lavora è uno dei compiti più importanti di un’iniziativa del genere, spiega Pam Quintanilla, responsabile del progetto: «Le leggi non sono tutto: occorre che i dipendenti pubblici capiscano che questo non è un ulteriore carico di lavoro, ma un modo di guadagnare fiducia e reputazione dai cittadini. Insomma, una parte fondamentale del loro lavoro.
Nato formalmente il 28 settembre scorso, in occasione del Right to Know Day, Ask The Eu è ora pienamente operativo. Se il suo funzionamento appare estremamente facile, non sarà certo altrettanto immediato superare ostacoli come diffidenza e sfiducia verso le istituzioni: «La consapevolezza è scarsa, tranne alcune eccezioni. L’aspetto che più mi preoccupa, in prospettiva, è la rassegnazione dei cittadini di fronte ai meccanismi burocratici», sostiene Belisario. Questo però sembra il momento giusto per un passo del genere, spiega chi si occupa di trasparenza in Europa: un progetto di questo tipo, condiviso da diverse organizzazioni, può davvero fare la differenza, se non altro nel mostrare la semplicità dei processi e consentendo di superare la percezione di lontananza e difficoltà nell’accesso a informazioni rilevanti. Ne è sicura Quintanilla: «Il giudizio dell’opinione pubblica è spesso un buon catalizzatore per il cambiamento delle istituzioni».

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