lunedì 26 settembre 2011

APOGEONLINE

Mutazioni digitali

Il tunnel della Gelmini, i tic dei giornalisti e noi

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26
set
2011
L’infortunio del ministro, le ghignate dei cittadini, la gara alla battuta su Twitter, il pezzo di colore sui giornali. È davvero tutto qui?
Quest’ultimo anno di esperienze di civic engagement della parte abitata della rete italiana ci ha mostrato una costruzione della realtà informativa del Paese che vede relazionarsi in modi nuovi e complessi media mainstream e contenuti web. Sul lato della produzione di contenuti dal basso abbiamo visto la dinamica attraverso cui le persone si appropriano di un terreno proprio dell’informazione usando l’ironia, la potenza di connessione e la visibilità permessa dall’uso degli #hashtag su Twitter.
Flirt con l’hashtag
Basta ricordarsi dei  #morattiquotes, nati attorno alla campagna amministrativa milanese dopo una affermazione calunniosa su Giuliano Pisapia fatta durante un confronto televisivo da parte di Letizia Moratti. Oppure dei #masiampazzi dedicati a Pierluigi Bersani durante il referendum, un po’ stimolati dal Crozza televisivo e un po’ rilanciati in rete dal PDNetwork, in uno dei primi esempi di autoironia politica funzionale alla costruzione di un clima referendario. I media generalisti hanno flirtato con questi contenuti producendo articoli e servizi che miscelavano l’espetto di costume con il contenuto politico, spesso approfondendo poco le motivazioni alla base di questo tipo di produzioni: un pizzico di indignazione, tanta ironia e, alla fine, una moda diffusa da riprendere quando si è alla ricerca di un modo di portare la rete come news sulle argomentazioni in agenda:
Ricordate le Morattiquotes e #colpadiPisapia, i tormentoni su Twitter che avevano scandito la fine dell’era di Letizia Moratti come sindaco di Milano? […] Le ultime dichiarazioni del premier Berlusconi dopo il declassamento del rating da parte di Standard&Poor – “è tutta colpa dei media” – stanno ottenendo un effetto simile.
Gelmini e neutrini
La settimana scorsa abbiamo visto con chiarezza ancora maggiore quanto sta accadendo nel rapporto tra informazione prodotta e distribuita dal basso e media. Prendiamo il caso del #tunnelgelimini. Un comunicato stampa del Ministero dell’Università e della Ricerca cita l’esperimento del Cern con i neutrini ed esprime le (auto)congratulazioni del ministro Gelmini per aver sostenuto la «costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento». L’hashtag #tunnelgelmini comincia a far emergere contenuti connessi a questa news, diventa in brevissimo tempo trending topic su Twitter (ovvero entra nella classifica degli argomenti più discussi) e la porta all’attenzione dei media. I primi articoli vengono messi online nel giro di poco.
Sul sito dell’Unità: «Su Internet è già un cult. È il tormentone del tunnel della Gelmini. Tra i “trending topics”, ovvero gli argomenti più twittati in Italia, alle 13.45 l’hashtag #tunnelgelmini è al secondo posto». E de La Stampa: «”Tunnel tra il Cern e il Gran Sasso”, il Web ride per la gaffe della Gelmini». Seguono edizioni serali dei telegiornali. La consapevolezza da parte di chi produce contenuti sul web di diventare parte del flusso mediale comincia a manifestarsi. Bastet scrive in un Tweet: «Mi trovo citata su @SkyTg24 insieme ad altri per un RT di @GBA_mediamondo (link#tunnelgelmini». Catepol: «Ciao mamma i miei tweet son passati al Tg3 #tunnelgelmini».
Un po’ di colore
I media inglobano l’uso tattico dei tweet dandogli voce, amplificandolo, e allo stesso tempo riconducendolo all’interno delle logiche informative dei media stessi: si tratta solo di news, tutte equivalenti, spesso utili a colorare i pezzi con luoghi comuni come «lo dice il web». Inoltre l’interpretazione del significato che sta dietro alla produzione di ogni tweet viene espropriato a chi lo produce per diventare racconto mediale. Su La Repubblica leggiamo:
Sarcasmo, cinismo, ironia. Una valanga di freddure che si diffonde su tutti i social network. Su Twitter #tunnelgelmini è già un cult: decine di commenti al secondo. Studenti, ricercatori, semplici cittadini. Tutti a sottolineare lo svarione del ministro. E per la serie la fantasia al potere non mancano neanche i fan di Harry Potter: “Si informano i signori passeggeri che il binario 9 e 3/4 non conduce a Hogwarts, ma al Cern di Ginevra”.
Rabbia e indignazione
Sarcasmo, cinismo, ironia? Una valanga di freddure? Harry Potter? E perché non rabbia o indignazione? Se leggete il flusso non trovate solamente l’atteggiamento di chi partecipa a un grande gioco di gruppo, magari con la speranza di vedersi citato nei media – atteggiamento che, dopo le ultime esperienze, ci dobbiamo aspettare anche nella parte abitata della rete, altrimenti fatico a capire chi sforna con una continuità imbarazzante tentativi di “freddure”. Trovate anche l’indignazione politica: «Ma poi quando abbiamo finito di ridere gliele chiediamo le dimissioni?». «I neutrini viaggiano più veloci della luce.. ma le cazzate della germini sono irraggiungibili…». «Adesso almeno sappiamo dove sono finiti i soldi tagliati alle Università negli ultimi tre anni». E così via. L’ironia come tattica non è un equivalente di freddura.
È difficile per i media capire e spiegare che cosa muova centinaia di persone a produrre e a condividere contenuti taglienti, talvolta sbeffeggianti, spesso pacati anche se ironici. Alla fine si riduce tutto a un fatto di costume, a una moda, al limite a una velata protesta. Ma è solo un strategia del giornalismo affamato di facili novità che dà troppa voce a delle chiacchiere da bar come scrive Piero Vietti?
Ormai è chiaro, Twitter è la nuova arma del giornalista collettivo e pigro. Basta che un argomento qualsiasi sia twittato da qualche decina di persone che ecco compaiono subito articoli, gallery e titoloni sui principali giornali on line. Nessuno ci salva da pippe mostruose su il-popolo-della-rete (declinato in questi casi in il-popolo-di-twitter) che fa-impazzire-i-social-network a colpi di tormentoni-sul-web […] Il meccanismo è pazzesco, a volte funziona, spesso produce articoli che hanno lo stesso valore di una chiacchierata al bar.
Opinione pubblica
Oppure siamo di fronte a un tentativo di (ri)appropriarsi del territorio dell’informazione, di scuotere con una semantica diversa il modo di raccontare il nostro Paese? Capisco che sembri difficile pensare a semplici tweet come a un modo di costruire l’opinione pubblica. Eppure possiamo pensare a questi fenomeni come il tentativo di riprendere nelle nostre mani la narrazione, il racconto di quello che proviamo a vivere nel nostro Paese. Ed è un racconto fatto in modo trasparente e visibile, in pubblico. Un racconto che mette in relazione gli ambiti privati delle nostre vite (essere studenti, operai, intellettuali, genitori) con temi di interesse generale.
Una narrazione fatta di tanti racconti aggregati, ricercabili, che si spargono e vengono rilanciati, che incontri accidentalmente come contenuti, per esempio un tweet prodotto da un friend e ti fa leggere pagine di approfondimento online da consigliare con il tweet successivo. Narrazioni che ti fanno sentire parte di qualcosa che va oltre il fatto di essere un singolo individuo e che ti fanno pensare che questo sentirti parte di qualcosa ha un valore. Piccoli passi, certo, ma che stanno dietro alle possibilità di trasformazione di una società.

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